Articolo su Liber

Nell’ultimo numero di LIBER, trimestrale di informazione bibliografica e di orientamento critico promosso dalla Biblioteca Gianni Rodari di Campi Bisenzio, è stato pubblicato un mio articolo, intitolato Quando la scuola è in corsia.

E’ una riflessione sul mio lavoro. Se avete voglia di leggerlo lo incollo qui sotto.

_________________________________________________________

Quello che i bambini pensano della morte è un mistero. Non tanto perché è impossibile saperlo, quanto perché è difficile volerlo sapere. Morte e bambini sono parole che non dovrebbero trovare alloggio nella stessa riga, possibilmente neanche nella stessa pagina.
Da qui è iniziato il mio viaggio.

– Papino, perché si muore?
– Perché … altrimenti ci sarebbero troppe persone sulla terra, allora qualcuno muore e lascia il suo posto a chi deve nascere.
– Allora nonno Pietro è morto perché potessi nascere io. E chi è morto per far nascere Marco?
– Non è proprio così, non è così diretto. Vedi, uno può morire in qualunque parte del mondo, in America, in Germania, ad esempio, ed un’altra può nascere qui in Italia oppure in India.
– Allora è per questo che fanno la guerra, per fare spazio, lontano da casa loro, a quelli che devono nascere!
– No, non è così. Ascolta, le guerre si fanno perché certe persone sono cattive.
– E allora le uccidono?
– No, non sono i cattivi che muoiono, sono i cattivi quelli che uccidono. Capito?
– Uhm…
– Dai, adesso infila le scarpine che dobbiamo uscire.
– Papino, tu non sei cattivo, vero? Tu non hai ucciso nessuno per far nascere me, vero?
– Certo che no! Forza prendi la giacchina e usciamo.
– Papino, quando io voglio avere un figlio non voglio che muoia nessuno. Magari faccio un figlio nano che occupa poco spazio, va bene?
– Certo, è veramente una bella idea. Però poi, un altro giorno, ne parliamo di nuovo così riesco a spiegarmi meglio. Magari ne parliamo anche con la mamma, ok?
– Va bene. Tu pensi che mamma lo voglia un nipotino nano?
Mi sembra di poter descrivere così la difficoltà che l’adulto ha nel parlare della morte, di parlarne con i bambini. Il senso del limite i bambini lo conoscono, è più presente a loro di quanto non sia per noi. Magari ci sbattono contro cento volte, ma sanno che c’è. Noi adulti spesso facciamo finta. Della morte meglio non parlarne, così non c’è. Siamo veramente infantili.
Nel dialogo la bambina sta sempre sul punto, non cede, è logica. Il padre spara, arranca, fa un passo avanti e due indietro. Questo mi sembra di avere colto, a partire da me.
Sono un maestro elementare, molto elementare. Per vezzo e presunzione nel camiciotto ho scritto MaEstro. Uso il camiciotto perché otto anni fa, ho iniziato ad insegnare in una scuolainospedale. Una scelta con molte motivazioni che avrei capito a poco a poco. Una scelta comunque.
La scuola si trova all’interno di un ospedale pediatrico nato per la cura e la ricerca della talassemia (anemia mediterranea) ma col tempo ha ampliato la propria azione alle malattie rare e successivamente all’oncoematologia pediatrica. È in questi due reparti più il centro Trapianti di Midollo Osseo, che svolgo il mio lavoro.
La mia attività si svolge prioritariamente con i bambini delle elementari ma ovviamente nel concreto, si rivolge a tutti quelli che frequentano la scuola. Oltre alla parte didattica, lezioni individuali prevalentemente, un aspetto importante del lavoro è quello da fare con gli insegnanti delle classi di origine. L’importanza di questa attività ha il duplice scopo di permettere ai miei alunni di fare le attività dei propri compagni, ma anche quella di mantenere la classe, gli insegnanti e i compagni, dentro la vita del bambino/ragazzo.
Dove è possibile, e per fortuna lo sta diventando sempre più spesso, utilizziamo anche i collegamenti con Skype per far seguire dall’ospedale o da casa le lezioni con i propri insegnanti.
L’aspetto più importante, dopo quello di garantire ai bambini ricoverati di godere del diritto allo studio, è quello di fornire un elemento di normalità, di quotidianità in un ambiente e in un momento in cui questa è totalmente capovolta. E in questo capovolgimento è necessario capire che nel concreto, nelle emozioni, nelle sensazioni, non sia il bambino ad entrare in ospedale quanto piuttosto l’ospedale ad entrare dentro il bambino. Questo cambio di prospettiva aiuta a capire che sei tu adulto ad entrare nella casa del bambino e non viceversa. In questo modo tutto quelle che sono le regole, i ritmi, le terapie dolorose, devono trovare un modo diverso per essere proposte.
La scuola ha la facilità, rispetto all’ospedale, di proporsi in questo modo. E’, o dovrebbe essere, il suo compito, specialmente nella scuola elementare.
In ultima analisi mi sembra che la scuola sia un filo che si intreccia con quello del bambino per rinsaldarlo evitando delle fratture molto profonde tra il prima e il dopo la malattia.

Continua a leggere

Print Friendly

Cordis

Ci sono delle persone che davanti ad una porta si bloccano. Altri bussano e bussano e bussano finché non gli si apre. Alcuni si lamentano perché nessuno gli apre la porta. Altri ancora tornano indietro.

Qualcuno invece, pochi in verità, hanno il potere di trasformare la porta in un arco a tutto sesto, ed entrano. E anche ciò che prima stava chiuso si trasforma, diventa un giardino o un acquario, una voliera o una pista da ballo. Quello che è certo è che non sarà più ciò che era.

A volte capita la fortuna di avere davanti alla propria porta una persona che ha questo potere.

Non è una magia, un colpo di bacchetta magica che senza fatica fa apparire dal nulla ciò che fino ad un attimo prima non c’era.

No, è semplicemente la capacità di prendere quello che c’è, quello che si vede e quello che è invisibile agli occhi e dargli nuova luce, nuova forma.

A me è successo. Una bambina si è fermata davanti alla mia porta e ha trasformato il mio mondo. Ci vuole molta curiosità, rispetto, ostinazione e fatica per trasformare in meglio le cose.

E. ha fatto questo, è riuscita a far emergere le mie capacità, la mia bellezza. Se qualcosa ho fatto di buono è stato fidarmi, così come lei ha sempre fatto con me. Lei invece ha dovuto impegnarsi e faticare: trasformare il mondo non è una passeggiata. Se hai dodici anni e hai passato metà del tuo tempo a curare una malattia ostinata almeno quanto te, è ancora più difficile.

Ma, E. l’ha dimostrato, non è impossibile. Anzi mi è sembrato di capire che in realtà è l’unica cosa possibile, l’unica capace di dare un senso pieno alla vita.

Print Friendly

Toponomastica

Cagliari ha un patrimonio poco conosciuto che andrebbe valorizzato. È un patrimonio ricco con delle punte eccezionali.
Un patrimonio che se conosciuto e adeguatamente supportato potrebbe far crescere Cagliari dal punto di vista culturale, turistico e dunque economico. Potrebbe anche diventare un bene esportabile in altre realtà.
Ciò di cui parlo è la toponomastica. Potrei fermarmi qui perché penso che non ci sia niente da spiegare,  è sotto gli occhi di tutti. Proverò semplicemente a fare degli esempi e a spiegare come trasformare una eccellenza in ricchezza.
Via Nicolò Calipari;
Piazza Madre Teresa di Calcutta;
Piazza Donatori di Sangue.

Nicolò Calipari, eroe o, semplicemente un dipendente dello Stato caduto nell’adempimento del proprio servizio. Un esempio per le giovani generazioni.
Bene dunque ha fatto l’amministrazione comunale a dedicargli una strada, insomma una strada. Più che altro una striscia di asfalto ai piedi del Palazzo di Giustizia. Un raccordo tra via Tuveri e via Pessina. Vabbè, meglio di niente.
Madre Teresa di Calcutta. Cosa si può dire che già non si sappia? L’incarnazione della misericordia e della pietà per i credenti, un impegno al fianco degli ultimi anche per chi non crede.
Giusto quindi intitolarle una piazza a fianco ad un viale molto importante come viale Diaz, a ridosso di una importante Banca.
Donatori di sangue. Giusto riconoscimento a chi, con un personale sacrificio, permette che la vita sia salvata a chi si trova in gravi difficoltà.
Anche per questa piazza una analoga collocazione, viale Diaz da un lato, una grande Banca, o una Banca grande, dall’altro.
E quale è la caratteristica che le citate vie e piazze hanno in comune? Tutte e tre sono adibite a parcheggio! Questa è la straordinaria perla che le impreziosisce. Perché a Cagliari il parcheggio è il Re dell’urbanistica. Tutto ruota attorno ai parcheggi, quelli attuali e quelli che si volevano costruire. Il parcheggio è l’anima moderna della nostra città.
Toponomastica e parcheggi sono il patrimonio che farà crescere la nostra economia.
Ho qui delle proposte per la nuova amministrazione di Cagliari:

  • Organizzare un tour dei parcheggi. Esiste già a Barumini il tour dei nuraghi, facciamo a Cagliari il tour dei parcheggi. Anche metaforicamente si oppone alla staticità delle pietre, la mobilità delle autovetture.
  • Cambiare il nome via Riva Villasanta in via Gigi Riva. Le targhe delle strade sarebbero facilmente correggibili con costi contenuti e si darebbe lustro al più cagliaritano dei non cagliaritani. È vero che si possono intitolare le strade solo ai morti, ma in alcuni casi è stata fatta una eccezione. Ad esempio negli anni cinquanta, quando fu dato il nome a piazza Repubblica, allora la Repubblica Italiana era ancora viva anzi, neonata.
  • Permettere ai privati di dare un nome ai propri parcheggi. Ad esempio, il condominio di via Solmi 77 potrebbe dedicare il proprio parcheggio condominiale nel piano pilotis al cav. Adalberto Murredda, primo e storico capocondomino. Basterà pagare una piccola tassa e questo sarà realtà, con beneficio per le casse comunali e gioia per i condomini.
  • Evitare di ribattezzare la rotonda di via Cadello col nome di Parco del Traffico, così come ipotizzato dalla precedente amministrazione.

 
Per concludere. Nei giorni scorsi a Cagliari è morto un cagliaritano molto amato e che molto ha amato Cagliari.
Vi chiedo di vigilare, vigiliamo tutti perché a lui venga dedicata una vera piazza o una via. Facciamo sentire la nostra voce perché si eviti lo scempio di chiamare la rotonda del Brotzu o quella piccolina di via Jenner o i parcheggi del mercato di San Benedetto col nome di Antonio Romagnino.
Dedichiamogli invece quella che erroneamente chiamiamo piazza Savoia.

Print Friendly